Si può davvero imparare giocando? È una domanda che negli ultimi anni ricorre sempre più spesso, e Minecraft Education è uno degli esempi più concreti di come un videogioco possa trasformarsi in uno strumento didattico capace di coinvolgere studenti e insegnanti.

Per approfondire questo tema abbiamo intervistato Fabrizio La Rosa, sviluppatore che oggi lavora in Belgio alla realizzazione di esperienze educative per Minecraft.

Potete seguire l’intervista completa sul nostro canale YouTube oppure, se preferite, continuare la lettura qui sotto.

  • Fabrizio, grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare, ti chiediamo di presentarti al nostro pubblico.

Mi chiamo Fabrizio La Rosa. Lavoro come sviluppatore. Mi occupo sia della parte di sviluppo sia del game design dei vari progetti, oltre a tutta la gestione che c’è dietro.

In pratica mi occupo di tutto ciò che normalmente chi gioca a un videogioco non vede: il funzionamento effettivo del gioco.

Attualmente vivo in Belgio, a Gand, e lavoro in un’azienda che si occupa proprio di questo. Collaboriamo molto con Minecraft, nello specifico con Minecraft Education, e lavoriamo a progetti davvero divertenti. Posso dirlo senza problemi: sono divertenti sia da giocare che da realizzare.

Per fare qualche esempio, ho partecipato in prima persona alla creazione di mappe come Ocean Heroes, una mappa di Minecraft Education sviluppata insieme all’UNESCO e ad altre associazioni. L’idea alla base è sempre la stessa: come possiamo rendere interessante un argomento educativo? In questo caso si trattava di tutto ciò che riguarda il mondo sottomarino. Volevamo aiutare bambini e ragazzi a capire come funziona ciò che si trova sotto la superficie dell’oceano.

Oggi l’apprendimento avviene principalmente tramite video, libri, documentari e lezioni frontali. Sono strumenti validi, ma non sempre riescono a coinvolgere tutti allo stesso modo. Ci sono persone che fanno più fatica a interfacciarsi con questi metodi tradizionali e, soprattutto, manca spesso una componente esperienziale.

Se leggo su un libro che i coralli stanno morendo o lo vedo in un documentario, sicuramente apprendo un’informazione. Un’altra cosa, però, è trovarsi virtualmente su una barca e sentirsi dire: “Guarda, sotto di noi c’è una barriera corallina piena di coralli che stanno morendo”. Perché stanno morendo? Perché una particolare specie di stella marina li sta divorando. C’è un’infestazione e dobbiamo intervenire.

A quel punto il gioco ti fornisce la maschera e la bombola, e ti dice di andare sott’acqua a risolvere il problema. In quel momento non stai più semplicemente leggendo un concetto: lo stai vivendo.

  • Quando hai capito che Minecraft poteva diventare uno strumento educativo? Come ti è venuta questa idea? Qual è stata la scintilla?

In realtà ho iniziato a lavorare con Minecraft prima di avvicinarmi al suo utilizzo educativo. Come tantissimi ragazzi, da adolescente avevo semplicemente un server Minecraft con i miei amici. Poi, piano piano, è cresciuto. Esiste ancora oggi, anche se non lo gestisco più direttamente: ha quasi dieci anni ormai.

È una cosa incredibile perché l’ho visto crescere insieme a me. Lavorando nell’ambiente dei server Minecraft ho conosciuto diverse persone che già lo utilizzavano in ambito educativo. Io, invece, non conoscevo ancora Minecraft Education. Nella mia scuola non veniva utilizzato e credo che in molte scuole italiane sia ancora uno strumento poco conosciuto.

Quando me ne hanno parlato mi hanno detto semplicemente: “Dagli un’occhiata”. Dal punto di vista tecnico era molto diverso dall’edizione tradizionale che tutti conoscono. Ho iniziato a esplorarlo e mi sembrava interessante, ma non avevo ancora trovato quella scintilla che mi spingesse davvero a entrarci dentro.

La svolta è arrivata grazie alle persone che lavoravano già nel settore. Sapendo che lavoravo con Minecraft, mi proposero un piccolo progetto per un museo: volevano realizzare una mappa da utilizzare durante un workshop. Accettai e iniziai a lavorarci. È stato in quel momento che ho capito davvero il potenziale dello strumento. Mi sono reso conto che con Minecraft si può insegnare praticamente qualsiasi cosa.

  • Quindi è stato lì che hai percepito davvero il potenziale?

Assolutamente sì. Il potenziale è enorme. Minecraft, preso da solo, è semplicemente un videogioco. Ma quando viene utilizzato nelle mani giuste, soprattutto con il supporto di un insegnante, può diventare uno strumento potentissimo.

Ho smesso di considerarlo soltanto come un gioco e ho iniziato a vederlo come un mezzo capace di aiutare gli insegnanti a spiegare meglio gli argomenti e, soprattutto, ad appassionare bambini e ragazzi.

Io stesso ho imparato moltissimo grazie ai videogiochi. Prendiamo Assassin’s Creed: non è un titolo che si associa immediatamente all’educazione, eppure ha avvicinato me e molti miei amici alla storia. Certo, la componente narrativa è romanzata, ma moltissimi elementi sono ispirati a fatti reali.

Vivere virtualmente in un determinato periodo storico permette ai ragazzi di sviluppare curiosità. E il nostro obiettivo è proprio questo: non tanto trasmettere nozioni, quanto accendere quella piccola scintilla che porta una persona ad approfondire un argomento. Quella curiosità è il vero punto di partenza per ogni forma di apprendimento.

  • Oggi le scuole sono davvero pronte a integrare i videogiochi nella didattica? Considerando la tua esperienza, sia in Italia che all’estero, a che punto siamo arrivati in questo 2026?

Negli ultimi anni ho avuto diverse esperienze con le scuole italiane, non soltanto legate a Minecraft ma più in generale a strumenti moderni, come la gamification applicata alla programmazione, alla storia o alla matematica.

Devo dire che, ovviamente, a molti insegnanti manca ancora una certa familiarità con il mezzo videoludico. Molti non conoscono questi strumenti, ma non credo che questo rappresenti un vero problema. Quello che ho notato è che basta la presenza di una persona esperta e, soprattutto, la disponibilità dell’insegnante a mettersi in gioco. Inoltre, i ragazzi sono spesso molto preparati su questi strumenti.

Se un insegnante è curioso e decide di provare qualcosa di nuovo, può tranquillamente entrare in classe e dire: “Proviamo insieme”. A quel punto i ragazzi diventano spesso i primi a spiegargli come utilizzare il videogioco. Una volta comprese le basi, che sono relativamente semplici, tutto diventa più naturale. Se una persona sa utilizzare tastiera e mouse, ha già gran parte degli strumenti necessari.

Ho visto moltissimi insegnanti iniziare esattamente così. Muovono i primi passi come farebbe qualsiasi giocatore alle prime armi: rompono i primi alberi, costruiscono la prima casa, imparano a orientarsi. Da lì iniziano il loro percorso.

E poi esistono moltissimi modi diversi di utilizzare Minecraft in classe. C’è l’approccio più avanzato, che richiede la creazione di mappe personalizzate, entità speciali, contenuti narrativi e attività strutturate. Ma esistono anche utilizzi molto più semplici. Un insegnante può addirittura non toccare direttamente Minecraft e utilizzarlo comunque come strumento didattico.

Per esempio, dopo aver studiato la cellula, può assegnare un compito: “Costruite una cellula in Minecraft”. Gli studenti devono rappresentarne le varie parti e inserire degli NPC che spieghino il ruolo di ciascun elemento. La settimana successiva ogni studente presenta il proprio lavoro alla classe.

In questo caso l’insegnante non ha bisogno di essere un esperto di tecnologia. Ha semplicemente utilizzato uno strumento che obbliga lo studente a ragionare su ciò che ha studiato. Per costruire una cellula bisogna chiedersi cosa va al centro, quali elementi devono essere presenti e come rappresentarli.

Lo studente non si limita più a leggere una definizione sul libro, ma deve reinterpretarla e trasformarla in qualcosa di concreto. Alcuni ragazzi realizzano progetti enormi e molto creativi. Altri fanno lavori più semplici. Ma la cosa importante non è la bravura nella costruzione: è ciò che rimane alla fine dell’esperienza.

Per certi versi è simile ai lavori manuali che si facevano una volta a scuola, solo che Minecraft permette di farlo in modo molto più flessibile e adattabile.

Inoltre, si presta praticamente a qualsiasi materia. Si applica molto bene anche all’informatica e all’elettronica, offrendo agli studenti uno spazio praticamente infinito in cui sperimentare con segnali digitali, logica e programmazione. Minecraft Java, per esempio, è sviluppato in Java, quindi gli studenti che studiano quel linguaggio possono approfondire molti aspetti partendo direttamente dal gioco.

Minecraft Education, invece, integra già strumenti di programmazione a blocchi. Questo rappresenta un enorme vantaggio perché permette agli insegnanti di introdurre concetti di coding utilizzando qualcosa che i ragazzi trovano familiare e coinvolgente.

Quello che ripeto sempre è molto semplice: i ragazzi giocano comunque. Perché non insegnare qualcosa mentre stanno giocando? Inoltre, utilizzare il videogioco in un ambiente scolastico controllato permette anche di educare a un uso più consapevole degli strumenti digitali. È un aspetto spesso sottovalutato, ma estremamente importante.

  • Tempo fa mi capitò di scrivere una notizia riguardante una ricostruzione della Basilica di San Pietro all’interno di Minecraft. Non so se fosse un vostro progetto, ma ricordo di essere entrato nella mappa e di essere rimasto impressionato dalla qualità del lavoro, sia dal punto di vista della ricostruzione sia da quello del gameplay. Era opera vostra?

Sì, era un nostro progetto. Il tutto è nato da una collaborazione tra Microsoft e il Vaticano. L’obiettivo era far conoscere la storia architettonica della Basilica di San Pietro.

Devo ammettere che, prima di lavorarci, nemmeno io conoscevo molti dettagli della sua storia. Tutti conoscono la basilica come luogo simbolico e monumentale, ma pochi sanno davvero come sia stata costruita e cosa ci fosse prima. La richiesta che abbiamo ricevuto era semplice solo in apparenza: come raccontiamo questa storia all’interno di Minecraft? Per fortuna Microsoft aveva già realizzato un enorme progetto parallelo: il digital twin della Basilica di San Pietro.

Hanno effettuato una scansione tridimensionale completa dell’intera basilica. Parliamo di droni che hanno acquisito ogni singolo centimetro dell’edificio, comprese opere d’arte, decorazioni e dettagli architettonici.

È stato un lavoro impressionante. Noi abbiamo ricevuto una quantità enorme di dati, parliamo di diversi terabyte, talmente pesanti da richiedere addirittura un computer dedicato per poterli gestire. Da lì siamo partiti con la ricostruzione della struttura. Gran parte del lavoro visivo è stato svolto da un mio collega che si occupa di costruzioni e direzione artistica all’interno di Minecraft.

Una volta ottenuta la basilica, ci siamo chiesti come raccontarne la storia. In collaborazione con esperti del Vaticano abbiamo individuato alcuni momenti chiave: il periodo precedente alla basilica attuale, le varie fasi costruttive e le figure che hanno contribuito alla sua realizzazione. Volevamo raccontare non soltanto l’edificio, ma anche l’impatto che ha avuto sulla città di Roma e sulle persone che vi hanno lavorato.

Da lì è nata l’idea di trasformare il giocatore in una sorta di restauratore. Il suo compito è quello di esplorare la basilica, comprenderne la storia e restaurarne alcune parti, scoprendo nel frattempo il lavoro che ancora oggi viene svolto per conservarla. Abbiamo introdotto anche la figura del San Pietrino, cioè la persona incaricata di controllare costantemente lo stato della basilica, verificando che tutto sia in ordine, pulito e ben conservato.

Parallelamente abbiamo iniziato un enorme lavoro di ricerca storica. Ci siamo basati sulle ricostruzioni realizzate da storici e studiosi per capire come apparissero le strutture precedenti alla basilica attuale. Abbiamo lavorato per mesi. La prima domanda era molto semplice: cosa c’era prima della Basilica di San Pietro? La risposta ci ha portato a scoprire il Circo di Nerone, un’antica struttura romana che occupava quell’area prima della costruzione della basilica.

Anche per noi è stato un continuo percorso di scoperta. Per esempio, una cosa che non sapevo era che l’obelisco che oggi si trova al centro della piazza non è sempre stato lì: in origine si trovava nel Circo di Nerone.

E la cosa incredibile è che venne spostato senza le tecnologie moderne che abbiamo oggi. Quando abbiamo approfondito la questione ci siamo chiesti tutti: “Ma come hanno fatto?”. Parliamo di un’opera gigantesca che fu trasportata grazie a centinaia di uomini, animali e sistemi di sollevamento dell’epoca. Un’impresa impressionante.

Grazie alle scansioni digitali non avevamo soltanto la basilica attuale, ma anche tutti i livelli inferiori e le strutture sotterranee. Questo ci ha permesso di confrontare ciò che esiste oggi con ciò che esisteva in passato.

Durante il lavoro abbiamo scoperto una curiosità molto interessante: l’unica parte della basilica rimasta invariata dalle prime costruzioni fino ai giorni nostri sono le cinque porte d’ingresso. Sono rimaste esattamente nella stessa posizione. Partendo da questo riferimento siamo riusciti a ricostruire con precisione la collocazione delle strutture precedenti, del circo, delle basiliche più antiche e della necropoli che si trovava nell’area.

Successivamente abbiamo ricostruito tutte le diverse fasi storiche della basilica basandoci sulle fonti disponibili e sui lavori realizzati da altri studiosi in passato. Abbiamo passato moltissimo tempo a verificare ogni informazione.

Un altro lavoro enorme è stato quello legato alle opere d’arte. Chi visita la mappa nota che praticamente ogni quadro e ogni statua presenti nella basilica sono stati riprodotti e inseriti nel gioco. Parliamo di decine e decine di opere. È stato un lavoro gigantesco che ha richiesto mesi di sviluppo.

Alla fine l’obiettivo era molto chiaro: volevamo che il giocatore arrivasse nella basilica e potesse esplorarla liberamente. L’esplorazione stessa rappresentava una parte fondamentale dell’esperienza, perché moltissime persone nel mondo non avranno mai la possibilità di visitare Roma di persona. Grazie a Minecraft potevano osservare ogni dettaglio, ogni quadro, ogni statua e ogni angolo dell’edificio.

Ma non solo: potevano anche viaggiare nel tempo e parlare con i personaggi delle varie epoche attraverso NPC inseriti all’interno della mappa. In questo modo era possibile incontrare virtualmente coloro che avevano contribuito alla costruzione della basilica e scoprire curiosità sulla loro vita e sul loro lavoro.

Parallelamente abbiamo introdotto una serie di minigiochi legati al restauro. Per esempio, il giocatore si trova davanti al Baldacchino e scopre che presenta dei danni. A quel punto si pone una domanda: come possiamo restaurarlo?

La soluzione consiste nel viaggiare nel passato attraverso una ricostruzione in VR all’interno del gioco e osservare il Baldacchino nel momento della sua realizzazione. Lì il giocatore può parlare con i personaggi storici coinvolti nella costruzione, raccogliere informazioni, studiare i dettagli originali e comprendere come l’opera apparisse all’epoca. Successivamente torna nel presente, analizza le parti danneggiate e procede con il restauro.

Una delle sfide più grandi è stata trovare il giusto equilibrio tra accuratezza storica e accessibilità. Il pubblico di riferimento era composto principalmente da bambini di otto o nove anni.

  • Quindi avete dovuto adattare anche il linguaggio.

Assolutamente sì. Il linguaggio, i dialoghi, la complessità delle attività: tutto doveva essere pensato per un pubblico molto giovane. Spesso la difficoltà maggiore è proprio questa. Noi sviluppatori tendiamo naturalmente a immaginare esperienze che piacciono a noi, ma dobbiamo continuamente ricordarci che il nostro pubblico è diverso. Far interessare un bambino di otto anni alla conservazione del patrimonio culturale non è affatto semplice.

Successivamente abbiamo anche effettuato numerosi test con i bambini. Alcuni sono stati organizzati da Microsoft, altri direttamente a Roma insieme a una scuola che ha avuto accesso anticipato alla mappa. I ragazzi hanno potuto provarla e fornirci i loro feedback. La cosa divertente è che noi ci aspettavamo commenti sulla grandezza della basilica, sulla ricostruzione storica o sui monumenti. Invece molti di loro hanno indicato come elemento preferito… i piccioni.

Ed è stato bellissimo perché dimostra quanto i dettagli contino. Anche gli elementi più piccoli possono contribuire a rendere credibile un mondo virtuale.

  • Devo ammettere che anch’io sono rimasto impressionato dalla fedeltà della ricostruzione e non mi aspettavo un livello di accuratezza così elevato. Al di là di questo progetto, quali altre esperienze ti senti di consigliare di provare a chi leggerà questa intervista? C’è qualche progetto in particolare che avete realizzato?

Se dovessi scegliere alcuni progetti che rappresentano bene ciò che è possibile fare con Minecraft Education, citerei sicuramente Ocean Heroes, di cui parlavo prima. È una mappa dedicata ai problemi che oggi interessano gli oceani. Abbiamo ricreato tre ambienti distinti: la barriera corallina, una foresta di alghe e le mangrovie, cioè quelle aree in cui il mare incontra la terra. In ognuno di questi ambienti il giocatore scopre una problematica reale.

Nella barriera corallina, ad esempio, abbiamo scelto di raccontare il problema delle stelle marine che stanno distruggendo i coralli. Le alghe, invece, sono minacciate dai ricci di mare in alcune aree del pianeta. Per quanto riguarda le mangrovie, il problema non è rappresentato da un animale, ma dall’uomo. Si affrontano quindi temi come l’inquinamento, le montagne di rifiuti, le buste di plastica che intrappolano gli animali e le reti abbandonate che continuano a causare danni agli ecosistemi.

L’obiettivo della mappa è mostrare questi problemi, spiegare quanto siano delicati questi ambienti e, soprattutto, far capire che esistono persone che ogni giorno lavorano per proteggerli. Vogliamo trasmettere anche un messaggio positivo: questi problemi possono essere affrontati e ci sono professionisti che dedicano la propria vita a prevenirli o a limitarne gli effetti.

Un’altra mappa che considero molto importante è Dexiville, disponibile gratuitamente all’interno di Minecraft. È un progetto che esiste ormai da qualche anno, ma continua a essere aggiornato. L’obiettivo iniziale era aiutare i bambini con dislessia ad avvicinarsi alla lettura. Con gli aggiornamenti successivi abbiamo introdotto anche attività dedicate alla discalculia, per aiutare i bambini ad appassionarsi alla matematica.

Tutta la mappa è ambientata in una fattoria e propone una serie di attività che trasformano gli esercizi scolastici in piccoli giochi. Per esempio, il bambino vede diversi oggetti e deve selezionare quello il cui nome inizia con una determinata lettera. Oppure deve dare da mangiare agli animali leggendo correttamente il loro nome e associando il cibo giusto.

Ci sono poi attività dedicate alla matematica. Il giocatore si trova in un mercato e deve distribuire mele, pere e altri oggetti tra i vari banchi, affrontando operazioni di addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. Naturalmente tutto è scalabile. Ogni bambino può partire dal livello più semplice e aumentare progressivamente la difficoltà fino a trovare quella più adatta alle proprie capacità.

Secondo me, insieme alla mappa della Basilica di San Pietro, questi progetti rappresentano perfettamente le potenzialità del videogioco in ambito educativo. Permettono di fare esperienze che normalmente sarebbero impossibili. Consentono di visitare luoghi ricchi di storia e cultura senza spostarsi da casa oppure di appassionarsi a temi che, probabilmente, attraverso i metodi tradizionali non susciterebbero lo stesso interesse.

  • Hai raccontato che tutto è iniziato quando avevi circa quindici anni con i server di Minecraft. Qual è stato il percorso che ti ha portato fino al lavoro che fai oggi? Perché è una professione davvero particolare.

È sempre divertente quando qualcuno mi chiede che lavoro faccio. Quando rispondo: “Faccio mappe di Minecraft”, vedo sempre un momento di sorpresa. Tutto è iniziato alle superiori, quando gestivo un server Minecraft insieme ai miei amici. Nel frattempo ho avuto la fortuna di incontrare tante persone e di costruire una rete di contatti.

Durante gli anni della scuola partecipavo, attraverso attività extrascolastiche, a competizioni di robotica organizzate da Scuola di Robotica. Una di queste era la NAO Challenge, nella quale veniva fornito un robot umanoide e bisognava sviluppare software per risolvere determinati problemi (come, ad esempio, riordinare la stanza di un bambino).

Dopo il diploma mi ero trasferito a Milano per studiare. Un giorno tornai a Messina per trovare la mia famiglia e, proprio in quel periodo, nella mia città si stava svolgendo una delle semifinali della competizione. Incontrai nuovamente alcune persone conosciute a Scuola di Robotica. Parlando scoprirono che ormai vivevo a Milano e mi dissero che stavano cercando qualcuno proprio lì. Mi diedero un contatto. Fu così che iniziai a collaborare con Scuola di Robotica.

Sempre grazie a questa collaborazione mi invitarono a una formazione interna dedicata proprio a Minecraft Education. Lì conobbi la persona che teneva il corso. Parlammo un po’ e gli raccontai che lavoravo già con Minecraft, anche se non ancora con Minecraft Education. Rimanemmo in contatto.

Dopo qualche mese arrivò il Covid e io tornai temporaneamente a Messina. Fu proprio allora che mi ricontattò proponendomi di collaborare alla realizzazione di un server Minecraft legato al suo progetto. Iniziammo a lavorare insieme.

Successivamente arrivò anche la proposta di sviluppare una mappa educativa per un museo. Non avevo ancora esperienza con Minecraft Education, ma decisi comunque di provarci.

Nel frattempo avevo conosciuto anche un ragazzo che oggi è il collega con cui condivido l’ufficio. Lui lavorava già come builder per Minecraft Education, per Minecraft Bedrock e per il Marketplace di Minecraft. Così realizzammo insieme la mia prima vera mappa educativa. Era un progetto piccolo e semplice, ma piacque.

Da lì iniziarono ad arrivare sempre più incarichi. Io continuavo a studiare all’università e lavoravo parallelamente, finché sia io sia il mio collega iniziammo a cercare una posizione stabile. Lui venne assunto come builder in un’azienda di Amburgo che sviluppava contenuti per Minecraft Education.

Dopo circa un anno quell’azienda cercava uno sviluppatore. Fu proprio lui a inviarmi l’annuncio. Mi candidai, sostenni il colloquio e pochi giorni dopo ricevetti la telefonata del manager. Mi dissero semplicemente: “Sei stato preso”. Così preparai le valigie e mi trasferii ad Amburgo.

L’azienda italiana con cui collaboravo era impegnata in altre cose. Faceva Minecraft, però si stava dedicando molto alla comunicazione, quindi non ci siamo abbandonati; lavoravo comunque con l’azienda di Amburgo.

Questa azienda aveva un enorme ufficio ad Amburgo e i vertici decisero di dividere la struttura perché i proprietari erano due: uno di Copenaghen e l’altro di Gand, in Belgio. L’idea era dividere l’azienda in due uffici, uno a Copenaghen e uno in Belgio. L’ufficio in Belgio avrebbe gestito tutta la parte operativa e ognuno poteva scegliere dove andare.

Io ho deciso di andare in Belgio e quindi eccomi qua. Da poco ho ripreso anche a collaborare con l’azienda italiana. Sta andando molto bene. La persona dietro è Marco Vigelini, molto conosciuto nell’ambiente scolastico, colui che ha portato Minecraft e Minecraft Education in Italia. Per me è stato lui a farmelo conoscere e a farmi appassionare. È anche uno dei motivi principali per cui oggi faccio quello che faccio.

È stata una combinazione di fattori, tutto è partito da Minecraft e da delle mappe create, passando da una semplice competizione spaziale fino alle persone conosciute a scuola. Tutto abbastanza casuale.

  • Puoi dirci a cosa stai lavorando ora, anche solo in modo vago? Vi ponete obiettivi sempre più grandi oppure dipende da quello che vi viene proposto?

Non posso dire molto, però il nostro obiettivo è sicuramente quello di andare sempre più in grande. Ma, allo stesso tempo, cerchiamo anche di fare cose piccole che possano accendere una curiosità nei ragazzi, per farli appassionare all’argomento che vogliamo trasmettere, che può essere l’oceano, la lettura o l’architettura.

Link ai progetti citati nell’intervista:

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