Sega Dreamcast: una delle console più sottovalutate di sempre
Se vi dicessi Sega Dreamcast?
Non vi viene in mente nulla?
Beh, in effetti non è una console che trovate nella memoria collettiva, come PS2 o Nintendo 64, eppure zitta zitta ha anticipato idee che l’industria videoludica avrebbe riscoperto solo molti anni dopo.

Però per capire cosa sia successo è necessario fare un passo indietro. Cercheremo di dare un contesto generale alla situazione, sia a livello tecnologico che videoludico, negli anni dell’uscita della Dreamcast.
- Sega Dreamcast: una delle console più sottovalutate di sempre
- Contesto tecnologico e videoludico
- La nascita della Dreamcast
- Le difficoltà – Sony, EA e la pirateria
- La Dreamcast oggi
Contesto tecnologico e videoludico
Siamo nel 1998 e sul fronte tecnologico gli utenti di Internet nel mondo erano all’incirca 140 milioni, un numero che oggi ci sembra molto piccolo, ma che a quei tempi era considerato enorme anche se purtroppo concentrato solo in pochi paesi. La connessione era quasi esclusivamente su linea telefonica analogica, con costi a consumo e velocità molto ridotte: la banda larga era un lusso. In Italia, in quegli anni, iniziavano a diffondersi i primi kit per collegarsi via satellite, ma costavano davvero tanto e non erano alla portata di tutti. D’altro canto il DVD si stava affacciando come nuova tecnologia ma altrettanto costosa, infatti i lettori DVD avevano prezzi proibitivi per la famiglia media italiana dell’epoca.
Sul fronte videoludico ci troviamo nel pieno della quinta generazione di console: PlayStation 1, Nintendo 64 e Sega Saturn. Sony controllava circa il 47% del mercato console, Nintendo il 40%, e Sega era già scivolata a circa il 12% nell’agosto dell’anno precedente, il 1997. Vi state chiedendo di Microsoft? No non l’ho dimenticata, è solo che in quel periodo Microsoft guardava ancora da lontano il mondo delle console, aspettando il momento giusto per lanciare la sua (2001).
Ed è proprio in questo contesto che è importante sottolineare quel 12% di mercato che aveva Sega, rappresentato dal Sega Saturn. Il ruolo del Saturn è fondamentale per capire quello che successe dopo, perché fu proprio il suo andamento a portare Sega a trovarsi in una situazione molto difficile, e successivamente a prendere decisioni drastiche. Beh, come dire.. le vendite del Saturn non furono altissime, e le cause furono diverse. Innanzitutto, il Saturn aveva un’architettura a doppia CPU, un concetto estremamente interessante per l’epoca ma non ottimale per gli sviluppatori, tanto che molti di essi evitarono volontariamente di creare giochi per la piattaforma.
Il lancio americano fu poi gestito malissimo: anticipato di ben quattro mesi rispetto al previsto, senza che i rivenditori venissero avvisati, perciò molte delle catene importanti non ricevettero il prodotto in tempo. Sin dal principio, quindi, il Saturn fu un mezzo disastro e a non aiutare ci pensarono anche Nintendo con il Nintendo 64 e Square con Final Fantasy VII, che aveva scelto PlayStation invece del Saturn.

La nascita della Dreamcast
In questo contesto, la nuova dirigenza di Sega decise di creare una console completamente diversa, capace di risollevare le finanze dell’azienda e riprendersi un posto nel mercato. E così inizia la storia della nostra protagonista: la Dreamcast.
La Dreamcast innanzitutto fu la prima console di sesta generazione, anticipando nettamente PS2 di Sony e il GameCube di Nintendo. Uscì nel novembre del 1998 in Giappone e nell’ottobre del 1999 in Europa. Lo sviluppo era costato circa 500/550 milioni di dollari tra hardware, software e promozione, un investimento enorme che Sega aveva bisogno di ripagare dopo il disastro del Saturn.
Sega Dreamcast: le novità
Le premesse erano buone perché la console portava con sé innovazioni tecnologiche molto interessanti, forse però troppo all’avanguardia per l’epoca. Tra queste, la più significativa era il modem integrato che permetteva di connettersi a Internet senza dover acquistare nulla di aggiuntivo, una cosa mai vista prima su una console. Ricordiamo che in quegli anni gli unici dispositivi in grado di connettersi a Internet erano i computer, quindi la possibilità di farlo direttamente dal proprio divano era a tutti gli effetti fantascienza. Tutto molto bello, però il problema fu proprio il periodo storico: come abbiamo detto, la banda larga era un lusso e non tutti potevano permettersi Internet a casa. Sega aveva fatto un passo importante verso l’innovazione tecnologica, ma il mondo non era ancora pronto.


Le altre novità riguardarono il controller e la VMU, la sua memory card. Partiamo dal controller: riprendeva il design del Saturn ma qui il cavo usciva dal basso anziché dall’alto, una scelta che in molti trovarono scomoda. Aveva quattro tasti frontali invece dei sei del Saturn, e dei trigger dorsali comodi per i giochi di guida e gli shooter, ma davvero poco adatti per i picchiaduro. Le sue dimensioni, infine, non lo rendevano esattamente ergonomico, soprattutto con delle mani piccole.
La VMU – Virtual Memory Unit
Ma passiamo adesso a quella fu la vera innovazione della Dreamcast (per nulla apprezzata a mio avviso).
La VMU era una memory card inseribile direttamente nella parte frontale del controller, dotata di un piccolo schermo LCD monocromatico che mostrava informazioni di gioco in tempo reale, per esempio su Resident Evil indicava la salute del personaggio. La VMU aveva pulsanti propri, un orologio integrato e memoria flash. In pratica funzionava come una console portatile autonoma, con mini-giochi scaricabili e interattivi. Per l’epoca, fidatevi, era innovazione allo stato puro ma non venne valorizzata come avrebbe meritato.



Un noto modder ci fece girare addirittura Pokemon Go.
Le difficoltà – Sony, EA e la pirateria
Nel marzo del 1999, sei mesi prima del lancio americano della Dreamcast, Sony annunciò la PS2, promettendo prestazioni fino a 16 milioni di poligoni al secondo contro i 3/6 milioni stimati della Dreamcast. Questo fu sufficiente a far sembrare la console di Sega già obsoleta agli occhi del pubblico, ancora prima che uscisse negli USA. I infatti consumatori invece di comprare Dreamcast preferirono aspettare l’uscita di PS2 e chi non voleva o non poteva aspettare si orientò su PS1 o Nintendo 64 a prezzi scontati.
Come se tutto ciò non bastasse, EA ci mise il suo zampino e prima del lancio americano, comunicò a Sega che non avrebbe più sviluppato giochi per la Dreamcast. Teniamo presente la posizione di EA nel settore dei giochi sportivi, oggi forse questo gesto potrebbe sembrare un danno contenuto ma per quell’epoca e per milioni di giocatori americani era impensabile non trovare sulla console titoli come Madden o FIFA. La gente continuò così a perdere interesse.
Il problema, in fondo, fu che tutte queste innovazioni arrivarono in un momento in cui il mercato non era pronto a recepirle fino in fondo. La Dreamcast dava l’idea di essere avanti, troppo avanti. E quando una console arriva con qualche anno di anticipo rispetto al suo tempo, il rischio è che venga letta come una scommessa o come un esperimento piuttosto che come una visione.
La ciliegina sulla torta fu infine la pirateria. La Dreamcast portava con sé delle innovazioni interessanti ma anche un difetto grave: si potevano avviare copie pirata di giochi masterizzati su disco senza alcun chip o modifica hardware.
Come fu possibile? Sega aveva creato il GD-ROM, un disco proprietario con capacità fino a 1 GB per i giochi, fisicamente diverso da un CD comune e in teoria incopiabile. Il problema fu che la Dreamcast supportava anche un altro formato, chiamato MIL-CD, pensato per distribuire contenuti multimediali come video musicali o demo interattive su normali CD audio. Bastava quindi copiare la struttura di un MIL-CD su un CD-R e la console lo riconosceva come un normale CD multimediale legittimo avviando il gioco.
Tirando le somme tra PS2, EA, la pirateria e gli strascichi economici del Saturn, possiamo capire bene i motivi che portarono Sega a interrompere la produzione della Dreamcast nel marzo del 2001, solo tre anni dopo il lancio della console.
La Dreamcast oggi
Nei giorni scorsi, dopo aver avuto l’onore di provarne e ripararne una, mi stavo chiedendo se acquistarla abbia senso nel 2026 e onestamente non sono riuscita a darmene una. Dipende molto dall’intento, da cosa vi spinge a valutare un acquisto del genere.

Ad oggi la console sta acquisendo un certo valore: usata, in Italia si trova tra i 60 e i 300€ in base alle condizioni, alla presenza di accessori, giochi e scatola originale. I prezzi però sono in crescita.
Dal punto di vista del collezionismo potrebbe avere senso ma bisogna informarsi bene sulla console in sé e sui suoi problemi comuni, ma anche stare molto attenti a quello che si va ad acquistare, tenendo sempre a mente che parliamo di una console che ha 27 anni. I rischi principali riguardano due componenti che con il tempo si deteriorano: il lettore dei dischi e l’alimentatore interno.
Vi pongo un esempio concreto: potreste tranquillamente trovarla su Vinted o al mercatino dell’usato a 80€, un buon prezzo. Vi viene detto che funziona, la portate a casa, ci giocate un po’ ma dopo alcuni minuti si spegne durante la riproduzione. Non è detto che sia necessariamente una mancanza di chi ve l’ha venduta: spesso chi rivende una console la prova per qualche secondo, vede che parte e la rivende ignaro del problema. (Chiaro, dipende sempre da chi ve la vende).
Ma di che problema si tratta nello specifico?
Beh, con il passare del tempo, i condensatori dell’alimentatore interno si deteriorano perciò una console venduta come funzionante potrebbe presentare questa problematica dopo un po’ di utilizzo. Esistono kit appositi per risolverlo, ognuno indicato per una delle otto revisioni della Dreamcast presenti sul mercato, ma il lavoro richiede buona conoscenza dell’hardware e dimestichezza con il saldatore. Non è alla portata di tutti ed è un fattore da tenere assolutamente in considerazione prima di comprarla. Inoltre purtroppo è un problema ancora poco noto tra gli appassionati e quasi sconosciuto per chi si affaccia ora al retro gaming.




Se però la storia della Dreamcast vi ha incuriositi ma, dati i prezzi e tutto quello di cui abbiamo parlato, non siete convinti di un acquisto sappiate che esistono emulatori gratuiti e facilmente reperibili online che vi permettono di provare i giochi della console.
Detto questo, è giusto essere onesti: l’esperienza non potrà mai essere la stessa. Non perché i titoli non siano belli ma perché l’esperienza della Dreamcast non è fatta solo dai giochi ma anzi soprattutto dal suo controller scomodo e dalla VMU.
Fortunatamente, col tempo la Dreamcast è passata da “console uscita male” a “pezzo di cultura videoludica“, una macchina che continua a vivere grazie agli appassionati, alla scena homebrew e a chi ancora oggi la recupera, la modda o la emula. In un certo senso, il suo vero successo è arrivato dopo: quando ha smesso di essere una console commerciale ed è diventata, finalmente, quello che avrebbe sempre dovuto essere.





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