Resident Evil Requiem: la Fine della Dicotomia tra Survival Horror e Action – Storie di Sviluppatori
L’uscita di Resident Evil Requiem il 27 febbraio 2026 non rappresenta solo il nono capitolo principale della saga, ma la chiusura di un cerchio attesa per trent’anni. Sin dal 1996, il brand ha saputo elevare la vulnerabilità del giocatore a forma d’arte, definendo i canoni del genere attraverso atmosfere oppressive e una gestione delle risorse talmente rigida da rendere ogni proiettile una scelta cruciale per la sopravvivenza.
Con l’avvento dell’era PS2, la spinta del mercato verso ritmi più dinamici ha alimentato il timore di non restare competitivi, portando alla rivoluzione di Resident Evil 4. Tuttavia, quella deriva e il declino che ne è seguito testimoniano come, pur di inseguire ciecamente il grande pubblico, si rischi spesso di rovinare consapevolmente l’integrità dell’opera originale in nome del successo commerciale. Spesso però questo è solo il modo più veloce di far allontanare i fan.

Dalla crisi d’identità alla rinascita di una leggenda
Molti direbbero che Resident Evil IV sia uno dei migliori capitoli della saga e ne avrebbero tutto il diritto. Le sue innovazioni, tra cui la telecamera a spalla e i quick time events, per quanto apprezzate dal pubblico, hanno però lasciato l’amaro in bocca a ben più di una persona. Ricordo come fosse ieri sentir parlare di quanto erano più angoscianti le telecamere fisse già dall’uscita del gioco sul cubo viola di Nintendo. E i controlli “tank” li ricordate? Beh quelli non mancano a nessuno.
Inseguire le vendite a discapito della visione artistica ha spesso messo in ombra l’anima horror del franchise, spingendolo verso estremi che ne hanno quasi soffocato l’identità tra esplosioni e sequenze d’azione fuori contesto. Eppure, Resident Evil incarna perfettamente quel bisogno profondo di non perdere mai la speranza, ricordando agli appassionati che anche quando una saga sembra ormai destinata a morire, non è mai detta l’ultima parola se esiste la volontà di tornare a onorare le proprie origini.

La vera svolta è giunta con Resident Evil VII, che non ha solo rianimato il brand tornando al terrore viscerale, ma ha salvato la stessa Capcom inaugurando un decennio di successi che le è valso il soprannome di “Capgod”. Questo stato di grazia sembra oggi incrinarsi a causa di alcune scelte recenti legate alla gestione di alcuni titoli recenti tra cui Monster Hunter Wilds, ma Resident Evil Requiem sembra comunque voler tenere alta la bandiera della qualità narrativa e tecnica.

L’equilibrio perfetto tra Grace e Leon
Resident Evil Requiem risolve questo storico conflitto meccanico dividendo l’esperienza tra due protagonisti che offrono stili di gioco diametralmente opposti. Da una parte, Grace Ashcroft ci riporta al survival horror più metodico e claustrofobico, dove la scarsità di mezzi e la necessità di fuggire dall’ignoto dominano la scena, evocando la stessa tensione vissuta all’interno della Villa Spencer o del dipartimento di polizia di Raccoon City.
Dall’altra parte, il ritorno di Leon S. Kennedy garantisce quella catarsi action che ha reso celebre la serie nell’ultimo ventennio, arricchendo il combattimento con parate tecniche e l’uso brutale della nuova accetta da battaglia. Questa alternanza permette al titolo di non dover più scegliere tra due anime, trasformando una storica debolezza strutturale nel suo più grande punto di forza e celebrando così l’intera eredità del franchise.
Resident Evil Requiem dimostra che il futuro della saga risiede nella capacità di accogliere il cambiamento senza mai dimenticare il valore delle proprie origini. Per non perdere i prossimi approfondimenti sul mondo videoludico resta su Enterloading.com e seguici sulla nostra pagina Instagram!





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