Flesh Made Fear Recensione: un tuffo nell’horror retrò, grezzo ma efficace
Flesh Made Fear è un survival horror che guarda con decisione al passato, sia nell’impostazione che nelle intenzioni. Fin dalla campagna Kickstarter era chiaro l’obiettivo: riportare il genere alle sue radici senza compromessi, ispirandosi a classici come Resident Evil, Alone in the Dark e Silent Hill, puntando su tensione lenta, vulnerabilità e atmosfere pesanti. L’idea funziona, ma è un ritorno che si porta dietro sia il fascino del retrò che tutte le sue inevitabili ruvidità.

Atmosfera e tensione
L’ambiente ricorda subito i survival horror anni ’90: corridoi stretti come quelli di Resident Evil, luci instabili e stanze anguste che richiamano Alone in the Dark, stanze e corridoi opprimenti nello stile di Silent Hill. Tutto è costruito per farti camminare lentamente e ascoltare cosa sta strisciando nell’ombra. La cittadina abbandonata e il laboratorio raccontano una storia in modo silenzioso, tramite documenti, registrazioni e dettagli ambientali che ti guidano a ricostruire cosa è andato storto. Non è un horror che punta al jumpscare: è un continuo “andare piano”, perché ovunque sembra esserci qualcosa che ti osserva.

Gameplay tra scelte e limiti
Il gioco propone telecamere fisse e controlli tank — una scelta stilistica coerente, ma che oggi può risultare divisiva. Per alcuni è atmosfera pura, per altri un ostacolo, soprattutto nelle sezioni più concitate. Rimane una decisione rispettabile, ma che potrebbe allontanare chi è abituato ai survival horror moderni.
La gestione dell’inventario è severa, con risorse molto limitate. Questo funziona: ti spinge a pianificare e valutare ogni oggetto, ogni percorso, ogni scontro. I due personaggi, Jack e Natalie, offrono un po’ di varietà nel modo di affrontare l’avventura, anche se non cambiano radicalmente l’esperienza.
I nemici sono pochi, ma quando arrivano si fanno sentire. Non sono onnipresenti: è la tensione dell’attesa a creare l’ansia, non il numero.

Tecnica e presentazione
La direzione artistica punta volutamente al “grezzo”, ma rientra nella sua estetica retro: è una scelta precisa, non un limite assoluto. Alcuni modelli e texture risultano un po’ meno curati, ma il colpo d’occhio complessivo funziona e restituisce quello stile “anni ’90 sporco e claustrofobico” che il gioco cerca chiaramente.
Il comparto tecnico, quindi, è buono nel suo stile, con un’identità forte e riconoscibile.
L’audio, invece, rimane la parte meno convincente: gli effetti ci sono, ma manca quella profondità che potrebbe rendere la tensione ancora più efficace.

Conclusione
Flesh Made Fear è un survival horror che punta tutto sull’atmosfera, sulla tensione e su un’identità chiaramente ispirata ai classici. È un ritorno alle origini fatto con convinzione, e il comparto tecnico — pur volutamente retrò — funziona proprio perché resta fedele a quella visione.
Resta comunque un titolo consigliato con riserva: i controlli tank possono dividere, l’audio merita maggiore cura e la mancanza della localizzazione in italiano è un vero peccato per chi vuole seguire la narrativa senza sforzi.
Detto questo, agli amanti del survival horror retrò — quelli che vogliono davvero ritrovare un’esperienza “alla vecchia scuola” — Flesh Made Fear offre esattamente ciò che cercano. Un horror che non fa concessioni, fedele alla sua identità, e che proprio per questo può diventare una piccola chicca per i nostalgici.




Lascia un commento