Necrophosis – Recensione: l’orrore come opera d’arte
Quando è stata l’ultima volta che avete provato un’emozione vera videogiocando? Non dovrebbe essere una domanda così complicata a cui rispondere, dopotutto. Il videogioco è infatti un medium che, esattamente come un film o un libro, dovrebbe fare proprio questo: scatenare emozioni. Eppure, almeno per me – e scommetto che qualcuno di voi si riconoscerà in questo – sta diventando sempre più difficile riuscire a scovare quel titolo capace di smuoverti qualcosa dentro. Sto parlando proprio di quel gioco memorabile, quello in grado di lasciarti un senso di vuoto una volta terminato, ma che sei sicuro ti abbia in qualche modo irrimediabilmente cambiato, e che ti accompagnerà per sempre. Nel mio tentativo disperato di trovare qualcosa che valesse davvero la pena di essere giocato, insomma, mi sono imbattuto in Necrophosis, un titolo sviluppato in Unreal Engine 5 da una software house a me del tutto sconosciuta: Dragonis Games. Com’è andata? Non so se ho davvero centrato l’obiettivo, ma di sicuro ho trovato qualcosa di interessante. Benvenuti, dunque, nella recensione di Necrophosis.

CAMMINARE NELL’INCUBO DI QUALCUN ALTRO (MA NON SOLO)
A scanso di equivoci lo scrivo a caratteri cubitali: SI TRATTA ANCHE DI UN WALKING SIMULATOR. Lo dico subito perché so che per alcuni di voi questa è già una campana a morto. Capisco benissimo che il genere non sia esattamente il sogno bagnato di chi cerca un gameplay stratificato, ma se avete un minimo di pazienza per ascoltare quello che ho da dirvi – e ce l’avete, perché la scusa dell’attenzione non regge se siete in grado di resistere per 100 e passa ore su Assassin’s Creed – vi anticipo che questo è un walking simulator decisamente atipico.
Nel gioco non c’è solo da camminare (lo giuro). Ci sono piccoli enigmi da risolvere, quasi sempre ambientali: leve arrugginite da tirare, oggetti misteriosi da trovare e posizionare, simboli criptici da interpretare. Nulla che vi scioglierà il cervello o vi bloccherà per ore, ma quel tanto che basta per tenervi coinvolti senza spezzare il ritmo dell’esperienza.

| Developer | Dragonis Ares, Adonis Brosteanu |
| Publisher | Dragonis Games |
| Genere | first-person horror adventure, puzzle-game, walking sim |
| Data di pubblicazione | 25 apr 2025 |
| Piattaforma | Steam |
| Lingua italiana | Non disponibile |
Ridurre Necrophosis a “si cammina e basta” sarebbe semplicemente ingiusto. Il gameplay è minimalista, quasi anoressico: esplori, ascolti, osservi. Ma è proprio questa nudità meccanica che ti costringe a confrontarti con l’orrore nudo e crudo di ciò che ti circonda. Non hai menù traboccanti di opzioni, non hai armi potenti o abilità speciali. Sei solo tu, maledettamente fragile e sperduto, in un mondo che non ti vuole.
C’è solo un breve momento in cui impugni qualcosa di simile a un’arma: un’appendice organica che sembra germogliata dalla tua stessa carne, un’escrescenza calda che pulsa con un ritmo sincopato al tuo. Ma non aspettatevi sequenze action alla DOOM: è più un’abluzione nel sangue, un battesimo invertito nel liquido amniotico dell’orrore. Non si tratta di trionfare o soccombere, ma di essere assimilati, quasi metabolizzati lentamente, da questa entità lovecraftiana che è il gioco stesso, fino a dissolverti come zucchero nel tè nero della sua coscienza aliena.
Il ritmo è ipnotico, letargico, simile a quello del respiro di un morente. Un flusso necrotico, una litania blasfema intonata a una divinità che nessun pantheon dovrebbe contenere. Ti fa sentire evanescente come un’impronta digitale su vetro freddo, ma mai tedioso – se accetti il suo contratto non firmato e ti abbandoni all’abbraccio settico della sua decadenza sublime.

UN MONDO CHE RESPIRA, GUARDA E CROLLA
L’universo di Necrophosis sembra nato dalla decomposizione della realtà stessa. Cammini su superfici che sembrano fatte di ossa calcificate e pelle pietrificata, attraversi architetture impossibili dove la geometria euclidea è solo un ricordo lontano. Non è semplicemente un mondo alieno: è un organismo malato, febbricitante, che respira attorno a te mentre lo attraversi. E tu sei solo un virus al suo interno, un corpo estraneo che cerca disperatamente di non essere rigettato.
Se volete farvi una cultura sull’estetica del gioco, vi do giusto qualche coordinata: Zdzisław Beksiński, con i suoi dipinti di paesaggi post-apocalittici e figure tormentate; H.R. Giger, il padre dell’iconografia di Alien; e ci metterei anche una spruzzata di Dune di Ron Miller. Il risultato è un universo dove, come sussurra il gioco stesso, “anche la morte è malata”.

UNA NARRAZIONE ENIGMATICA E POETICA
La trama di Necrophosis non è lineare, né tanto meno immediata. Non ci sono dialoghi nel senso classico, né missioni o obiettivi chiari. Al loro posto, ci sono monologhi criptici, voci cavernose che emergono da statue colossali o da creature incastonate nell’ambiente. Queste voci pronunciano versi poetici, frasi spezzate, ricordi di un mondo che forse è finito da miliardi di anni. Parole che parlano di morte, memoria, dissoluzione e trasformazione.
È come se ogni livello fosse un girone di un inferno astratto, con il giocatore che avanza cercando di mettere insieme i pezzi di un racconto cosmico ormai in frantumi. Ma Necrophosis non ti chiede di capire: ti chiede di sentire, di lasciarti suggestionare da quello che vedi e ascolti, e magari trovare un significato che non è universale, ma solo tuo.
Chi è il protagonista? Cosa sta succedendo in quel mondo? È un viaggio nella mente? Un aldilà organico? Un sogno morente? Tutte queste domande rimangono senza risposta, e proprio per questo il gioco riesce a evocare una sensazione profondamente esistenziale, più simile alla lettura di una poesia decadente che a un racconto tradizionale.

UN DESIGN SONORO CHE TI STRINGE E NON TI LASCIA
Il comparto sonoro di Necrophosis è altrettanto importante e curato quanto la sua estetica visiva. Non troverete musiche orchestrali epiche o colonne sonore che vi ricordano di essere gli eroi scelti: al loro posto c’è un paesaggio acustico umido, viscerale, fatto di gorgoglii, battiti ovattati e respiri affannosi. Camminare diventa un’esperienza fisica: ogni passo produce un suono disgustoso, come se calpestassi carne viva o fango corporeo.
E non è solo questo. In certi momenti, emergono canti gutturali, non so se avete presente quelli che fanno i monaci tibetani, ecco quelli. Il risultato è convincente e sembra proprio di star facendo parte di un antico rituale alieno. È una colonna sonora più atmosferica che musicale, ma proprio per questo funziona: ti avvolge lentamente, ti stringe, fino a farti sentire parte di un tutto organico e putrescente.

UN VIAGGIO CHE MERITA DI ESSERE VISSUTO
Necrophosis non è un gioco per tutti, e non finge di esserlo. È breve, volutamente criptico, tecnicamente imperfetto. Ma ha il coraggio di essere altro. Di non voler compiacere, di non volerti spiegare ogni cosa con tutorial e cutscene. È un incubo interattivo, una passeggiata solitaria dentro un’opera d’arte disturbante che non si preoccupa se la capirai o no. Se siete stanchi delle solite esperienze preconfezionate, se volete sentire ancora una volta qualcosa di diverso, allora forse vale la pena entrare in questo mondo malato e vedere dove vi porta.





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