Enotria: The Last Song | Approfondimento
Oltre la maschera

In principio fu…
Il mondo di Enotria e il suo universo stesso hanno un punto di partenza, un punto di origine ove tutto si è formato. In principio vi fu il silenzio e poi, all’improvviso, ecco che riecheggiò una nota musicale, che riuscì a irrompere nel tessuto della realtà plasmata. La prima domanda che ci si potrebbe porre è il perché affidare un tale ruolo proprio alla musica, perché essa deve essere colei che plasma ciò che ci circonda? La risposta è piuttosto semplice (seppur articolata), non solo a livello artistico ma anche filosofico.
La parola «musica» deriva dal greco (mousikè) e significa: «arte delle muse». Le muse sono nove sorelle appartenenti alla religione greca, concepite da Zeus e da Mnemosyne (la Dea della memoria) e guidate nel loro compito dal dio Apollo. Ciascuna di loro è legata ad una disciplina specifica nel campo delle arti e delle scienze. Da questa piccola storia si evince il perché il ruolo della creazione sia stato dato a quella “nota musicale”. La musica – e l’arte in generale – nel mondo di Enotria potremmo dire che rappresenta: «l’eterna magnificenza del divino» (Walter Friedrich Otto, Theophania, Genova, Il Melangolo, 1996, p. 49).

Dopo tale avvento, l’essere umano plasmò a sua volta le arti, per celebrare i misteri della vita; plasmò i suoi Dei e le sue leggende, ma queste ultime creazioni non divennero altro che un’imperfezione, una caricatura oscura di ciò che anelava l’animo dei suoi creatori. Ma alcune persone – più “sovversive” se così potessimo definirle – scoprirono che tramite l’arte si poteva modellare la realtà stessa, e così diedero vita al canovaccio (un testo teatrale ove i personaggi sono già scritturati, ma la storia e ciò che ne consegue è lasciata all’improvvisazione), in una dimensione che appartiene in particolar modo alla commedia dell’arte, di cui Enotria si fa promotrice. Tuttavia, la loro creazione li portò solo alla corruzione e alla rovina.
Giunti alla conclusione di questo piccolo capitolo, si può intuire come vi sia una sorta di dualità implicita nel mondo di “Enotria: The Last Song”, da un lato la musica, dall’altro lato il canovaccio (ma su questo ci soffermeremo verso la fine). Adesso lasciate che v’introduca il mondo divino che è stato plasmato dagli esseri umani e di come essi rappresentano una loro filosofia ben definita.
Le 4 Divinità
Maya

Maya, la dea della vita e della morte e legata alla città di Elsa. Iconica la sua frase che rappresenta appieno il suo significato simbolico: «il dono della vita ricevuto dalla morte» (in-game). Ella riuscì a spezzare quel ciclo naturale che vede coinvolti tutti noi, attori e spettatori; riuscì perfino a dare forma e linfa vitale alla morte, creando la “non-morte”. Come viene riportato all’interno del gioco, Maya prese tale decisione poiché: «amava tutte le creature, ma non è mai riuscita ad amare se stessa» (in-game). Il paradosso dell’amore è l’odio che vi nasce in seno, due opposti, due entità apparentemente diverse tra loro ma che convivono in perfetta simbiosi, come luce ed oscurità, come il bene e il male, come la guerra e la pace. Maya non ha mai accettato ciò che ha fatto, non sapeva della rovina che sarebbe riuscita a scaturire e sarà il nostro intervento, l’intervento del “senza-maschera” (il personaggio che interpretiamo), a farle recuperare quella forza e purezza perduta: «Grazie alle vostre avventure ha trovato l’umiltà e il perdono per chi ne aveva più bisogno: se stessa» (in-game).
Maya (o Maia, se dovessimo utilizzare la dicitura greca), è una divinità che appartiene alla costellazione delle Pleiadi. Ella, insieme alle sue sorelle all’interno della costellazione sopracitata, rappresenta: «il principio vivificante e fertilizzante del cielo: sono esse il simbolo della stagione delle piogge, che fanno germogliare e prosperare il seme affidato alla terra» (Treccani). Da questa definizione si nota come vi sia una connessione con il simbolo della vita. Come scrisse Jung: «noi attribuiamo uno scopo e un senso al sorgere della vita; e perché non dovremmo fare altrettanto per il suo declino? La nascita dell’uomo è densa di significato; e perché non dovrebbe esserlo la morte?» (Jung, Anima e morte/ sul rinascere). Ecco che, in quest’ottica, Maya accetta il suo ruolo anche di Dea della morte, ma soprattutto riesce a giungere al perdono e all’accettazione di se stessa. Maya rappresenta filosoficamente il concetto di esistenzialismo, quell’angoscia che avvolge l’essere umano, che però ci porta ad agire affinché vi sia un cambiamento che ci possa far stare bene.
Ma tutto ciò non è altro che la ripetizione di un ciclo che mai si spezzerà.
Veltha

Veltha, la dea dei conflitti e antica divinità del popolo di Falesia Magna. Dopo un conflitto con suo fratello Nethuns (Dio dell’Oceano), che portò a una serie di eventi catastrofici e a vari cataclismi, Veltha si ritirò nelle profondità della terra per recuperare le forze, ma il suo popolo interpretò erroneamente il suo gesto e così smisero pian piano di venerarla; ciò portò non solo ad un decadimento di Falesia stessa, ma anche della stessa Veltha, che iniziò a perdere le sue forze e a vivere nella solitudine: «la Veltha che hai conosciuto ha perso la fiducia anche in coloro che le sono più vicini, diventando sempre più isolata e debole. Solo tu puoi mostrarle la forza dell’aggregazione» (in-game).
Sembrerebbe che Veltha fosse una divinità di origine Etrusca, precisamente una divinità ctonia (ovvero legata al mondo terreno o meglio legata al mondo delle profondità terrestri), generalmente di genere femminile; Veltha (chiamata anche Voltumna) è la: «dea protettrice della confederazione dei 12 stati etruschi, presso il cui tempio si tenevano le assemblee generali» (Livio). Ancora una volta, vi è una connessione tra l’origine etrusca/romana di Veltha e la sua rappresentazione all’interno del videogioco. Toccherà al senza maschera farle comprendere che non vi è né disonore né vergogna nella sconfitta, e che, soprattutto, solo tramite la cooperazione e l’alleanza si può risorgere dalle ceneri come una fenice. Veltha, invece è la rappresentazione dello stoicismo, venendo definita una «guerriera testarda». Dopo aver fissato un obiettivo lo deve portare a termine fino alla fine, la sua stessa solitudine l’ha portata ad essere apparentemente priva di qualsiasi emozione, a vedere il mondo come un “o solo bianco o solo nero”, morte o vita, sconfitta o vittoria: una visione dicotomica che in realtà cela una Dea con un cuore fatto di tante sfumature.
Ella merita solo di essere ascoltata e accettata, e di rendere colorato il suo mondo
Mecenate

Mecenate, il dio della ricchezza. Un personaggio molto interessante e al contempo anche piuttosto contorto, specialmente quando si arriva a completare la sua quest. Molto brevemente, Mecenate cadde vittima di una maledizione coinvolgendo un “mercante”: i due si fusero, condividendo un unico corpo ma con due menti che operavano in apparente armonia e simbiosi. Sia il mercante sia Mecenate volevano separarsi da tale maledizione, ma ciò che avvenne fu l’esatto opposto: il mercante cessò di esistere per sempre, convinto che il Dio della ricchezza avesse a cuore la sua sorte. Invece, fu tradito.
La storia di Mecenate e del mercante è importante, in quanto ci fa riflettere su una dinamica che fondamentalmente coinvolge tutti noi nel mondo reale: il denaro è una fonte si di ricchezza, ma anche una forza corruttrice che ci inganna e c’illude; crediamo di averne il controllo, di possedere tale fonte di “potere”, ma non è così, e diventiamo vittime e carnefici di noi stessi. Il mercante era convinto che il Dio potesse aiutarlo, ma è finito nel cadere vittima di una trappola orchestrata già da tempo da Mecenate stesso. Il paradosso si crea nel nome stesso di Mecenate, che nel nostro vocabolario corrisponde a quella persona che si prende cura dell’arte, degli artisti e dei letterati. In questo contesto, Mecenate si prende cura solo ed esclusivamente dei suoi interessi, in quanto il guadagno è la sua unica preoccupazione. Per Socrate, quando dialoga con Ipparco, dice che il guadagno può essere fonte di bene solo quando ciò che si ottiene è superiore a ciò che si è impegnato. Georg Simmel ha proprio scritto un’opera dal titolo “La filosofia del guadagno”, ove il denaro è un mero mezzo che fa entrare in contatto gli uomini e le cose, creando un rapporto. Nel caso di Mecenate e del mercante, secondo le loro diverse prospettive, provate ad immedesimarvi: chi è la cosa e chi “l uomo”?.
Litho

Di Litho si sa solo che è probabilmente la divinità più antica, e il cui reale potere desta forte preoccupazioni. Un’entità cosmica che potrebbe risalire addirittura fin da quella prima nota musicale: tuttavia, questa è solo un’ipotesi, e dubito, purtroppo, che potremo riuscire a conoscere la storia nella sua interezza. Litho rappresenta una conoscenza inarrivabile per qualsiasi essere umano, perché va al di là di qualsiasi comprensione mortale, trascendendo il concetto stesso di spazio-tempo. Se dovessi inserire Litho in un sistema filosofico, sicuramente sarebbe il nichilismo. Una divinità che trascende lo stesso concetto di universo e creato, vede davanti a sé esclusivamente il nulla cosmico. L’essere umano, per Litho, è destinato inevitabilmente ad una fine, una fine dove non vi è alcuna possibilità di speranza. L’esistenza rappresenta letteralmente il nulla, per lui.
Il significato della “Persona”

Perché nella scelta del nome del paragrafo ho scritto “Persona”? Il motivo è piuttosto semplice, in quanto il termine deriva dal latino e indica la maschera che utilizzavano gli attori durante le rappresentazioni teatrali: a sua volta, deriva probabilmente dall’etrusco “phersu”; persona, quindi, significa sostanzialmente maschera. Da questo punto di vista, Jyamma Games è riuscita a conciliare perfettamente narrazione e gameplay. Il nostro senza-maschera è in grado di acquisire durante il viaggio diverse “maschere” che si possono ottenere raccogliendone i pezzi dai nemici oppure direttamente dai boss che andremo ad affrontare. Il protagonista ha il potere di cambiare a suo piacimento la maschera da indossare, e ciò gli permette di adottare diverse tattiche di battaglia.
Jung ha creato un archetipo sul concetto di “Persona”, ma prima di spiegarlo, vi introduco brevemente cosa è l’archetipo: «il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea di inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque» (Jung, gli archetipi dell’inconscio collettivo; 1934/1954). Questo inconscio collettivo di cui parla è formato da motivi e racconti di carattere mitologico e leggendario, che si sono tramandati nel corso dei secoli tra i popoli e che si sono sedimentati a livello psichico dentro di noi.
Come si è detto, Persona è la maschera dell’attore e serve a non mostrare il suo vero volto, così come facciamo noi giornalmente. In ogni istante della nostra vita, in ogni luogo, noi indossiamo una maschera che cela la nostra oscurità, la nostra Ombra, in quanto ella rappresenta ciò che vi è di oscuro dentro di noi e che non vogliamo mostrare al mondo. Ecco che la maschera ci serve per riflettere una personalità, un’idea di noi che è solo una mera illusione. Nel paragrafo successivo vi porterò qualche esempio pratico
Capitan Spaventa, il sole di meridiana

Quando il canovaccio fu creato, Capitan Spaventa desiderò solo una cosa da esso: quello di essere ricordato come il grande eroe e condottiero di Meridiana. Ma questo desiderio lo portò a costruirsi un’armatura di “cartone”, cadendo vittima del suo stesso delirio di eroismo e magnificenza: infatti, dietro quell’armatura si nasconde qualcosa di più miserabile. La boss fight è divisa in due fasi, ed è nella seconda fase che scopriamo la vera essenza di Capitan Spaventa, è lì che scopriamo la sua vera natura. In questo caso, l’archetipo della Persona è di fondamentale importanza, in quanto ci dimostra che dietro le apparenze, dietro certe azioni, vi si nasconde qualcosa di più subdolo, di più inetto che vogliamo celare, perché abbiamo paura e proviamo vergogna nel mostrare ciò che siamo. A onor di cronaca, vi potrà interessare sapere che la figura di Capitan Spaventa è stata ripresa in realtà dalla tradizione latina, ovvero dalla figura del “miles gloriosus”, (tradotto come “soldato fanfarone”) del commediografo romano Plauto. La figura del miles è interessante, in quanto è riferita al soldato Pirgopolinìce, conosciuto principalmente per la sua vanagloria e per le sue infondate vanterie.
Pantalone e Balanzone, regnanti di Litumnia

Pantalone e Balanzone sono due figure altamente interessanti, in quanto assai diversi tra loro. Pantalone è un eccentrico mercante che tramite la sua sfrenata cupidigia si arroga il diritto di governare su Litumnia, cupidigia che ha portato la città stessa a sprofondare lentamente nel caos e nella più totale desolazione. Sul versante opposto, invece, abbiamo Balanzone, sicuramente più introspettivo ed un uomo di scienza, un erudito che si è spinto oltre i limiti della conoscenza, finendo per perdere se stesso. Importante a tal proposito è la seconda fase della loro boss fight, dove i due, fondendosi in un unico corpo grottesco, danno vita al “regnante fuso”. Il regnante simboleggia quell’eterna lotta che anelava tra Pantalone e Balanzone, da un lato l’avarizia, dall’altro lato la conoscenza oltre qualsiasi limite per puri scopi personali. Essi non sono altro che un ritratto di ciò che è successo a Litumnia, una decadenza sfrenata e immorale.
Canovaccio e Musica: la fine

Siamo giunti al finale di questa rappresentazione teatrale, ed è giunto il momento che l’attore (ed autore stesso), possa far calare il sipario. Enotria: The Last Song rappresenta quella simbiosi filosofica dell’Apollineo e del Dionisiaco Nietzschiano. Con il canovaccio si viene a creare un mondo architettonico ideale, e ciò lo si evince in particolare dalle sezioni artistiche che Jyamma Games ha creato: un mondo alquanto luminoso, ma oscuro allo stesso tempo. Lo stile architettonico (o, per meglio dire, artistico) del mondo di gioco di Enotria si integra magistralmente sia con la narrazione sia con il gameplay.
L’apollineo in Nietzsche è quella estetica bellezza e plasmatore della sfera onirica che ci conduce al “conosci te stesso” e dove tutto è misura. Con la “Nota musicale” che ha dato vita al mondo, in realtà è la rappresentazione artistica dell’autentico dolore di Dioniso: in quella nota che ha dato vita all’uomo, agli dei, al canovaccio, vi è la duplice natura non solo di Dioniso ma anche di Enotria stessa. Nel parafrasare Nietzsche, Enotria è un mondo di gioco crudele e malvagio, ma anche mite e indulgente. Canovaccio e musica sono la rappresentazione dell’essenza della nostra realtà, qualcosa di bello che è avvolto da un qualcosa di atroce: una luce che viene coperta dal buio.
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